“Se fai quello che hai sempre fatto, non andrai lontano dai risultati che hai sempre ottenuto”

Mi ricordo ancora oggi con estrema chiarezza una frase che per anni ho semplicemente interpretato come “la firma del generale” e la frase era “ma che brutte abitudini che hai”.
Il generale era (ed è anche oggi) mia madre e le abitudini erano quelle di un bambino, come tanti, vivacissimo e, non lo negherei mai, molto disordinato e pigro. La frase era generosamente distribuita ogni volta che la guardavo riordinare il disordine che producevo senza sosta. Odiavo quando metteva in ordine o in generale faceva le faccende di casa, perché “lei” smetteva di giocare con me. A parte questo, il resto della conversazione era costellato di neanche tanto velate minacce sul buttare praticamente ogni cosa se non mi fossi deciso a mettere a posto. Ora, esistono quelli prestano poca attenzione al disordine e vivono bene anche con qualcosa fuori posto. Poi, quelli che se si tolgono una maglia la piegano immediatamente e la mettono nel guardaroba. Io facevo parte dei primi e nessuna maglia si è mai lamentata di me.
Il disordine è libertà. La libertà di sentirti padrone di non mettere a posto le cose. A un certo punto ho pensato che si trattasse semplicemente di “disobbedire silenziosamente” a quel “metti subito in ordine la tua stanza!”. Un po’ come quando cresci e pensi che crescere sia essere “automaticamente” autorizzato a poter dire le parolacce. Comunque, per me è arrivato a un certo punto il momento in cui mi sentivo male a guardare intorno me nel quotidiano, a casa o la lavoro.
Trascurare qualcosa che mi era utile, tutto sommato, per sentirmi “fintamente libero” dal rimprovero nella mia testa, pensavo fosse una liberta.
E lo era. Ma era un sensazione effimera. Capii che mi sentivo libero si, ma di sentirmi schiavo del mio abitudinario e anti estetico disordine. Quella spinta di lieve malessere fu sufficiente per iniziare a modificare qualcosa di me iniziavo a catalogare come sbagliato. Così ho cominciato a lavorare sulle mie piccole e sbagliate abitudini cercando di migliorare prima piccole cose – a basso impatto emotivo – per poi passare a cose più serie, che riconosco, avrebbero avuto un impatto interessante su molteplici aspetti se solo me ne fossi reso conto prima.
Quindi ho iniziato, quasi inconsapevolmente, anche se motivato, a lavorare sulle tante piccole abitudini che pesavano magari anche solo un piccolo 1%. Solo anni dopo scoprii che dietro l’efficientamento c’era una vera propria scienza a parte che parlava proprio dell’”efficientamento dell1%”.
Ora tornando a noi, Alfa nella sua celebre canzone dice che se dormi 8 ore a notte dormi 100 giorni in un anno. In verità sono 121, ma nella canzone il 100 si presta meglio. Ergo, se lavori 8 ore al giorno, altri 121 giorni in un anno sono andati, quindi se includi pisolini, ore morte davanti alla tv, conversazioni telefoniche, Facebook, Instagram e YouTube, pranzo, cena e colazione e ancora ore in bagno con Social, conteggiamo altre 6 ore al giorno.
Ad essere buoni restano 40 giorni in un anno per fare tutto il resto, che più o meno è mettere ordine dove abbiamo lasciato in disordine, cucinare, quindi disordinare la cucina per poi rimettere in ordine, e vivere in altri ambienti di casa. Qualche ora all’esterno o in compagnia o a cena fuori casa.
Sembra assurdo, ma la piccola abitudine di prendere un paio di scarpe e metterne subito a posto un altro, quello che indossi, è un’abitudine che mi ha dato il primo senso di libertà dal disordine. Prima la mia scusa era “devo avere le cose a portata di mano”, l’idea di libertà a casa mia era questa. Poi vivevo la giornata, o quello che ne restava, infastidito dal pensiero di vedere le cose in giro piuttosto che al loro posto. Piccoli passi e piccole forzature ad un meccanismo che appariva essere normalissimo, rimette a posto minuscole ma sgradevoli sensazioni.
A questo proposito trovai di fortissimo impatto, diversi anni dopo, il motto che campeggia sulla bandiera brasiliana: “Ordem e Progresso” di cui vi riporto alla storia nel link.
Le abitudini, rendendo salva la definizione accademica, per me sono come piccole forme. Hai presente quando dormi con la faccia sul cuscino e restano i segni sulla pelle del volto per qualche minuto appena sveglio?
Ecco, io le immagino cosi, con la differenza, che anziché essere una impronta leggera sulla pelle, le vedo nel mio immaginario come tracce intagliate su una superficie liscia, quella del nostro essere quotidiano. E ‘una sensazione visiva. Per chi lo ricorda, è come tracce su un disco di vinile. Ed esattamente come una testina ripercorre le tracce di un vinile ogni volta che riascolti una canzone, noi ripercorriamo le medesime abitudini ogni giorno col pilota automatico, accettandole, esattamente nello stesso modo.
Un giorno, intorno ai 30 anni, mi sono ritrovato immerso in una lettura che mi appassionava molto e che parlava di sviluppo software. Ricordo benissimo che era estate ed era domenica. Per qualche motivo l’autore cita su di se la parola “procrastinazione” senza starne troppo a parlare. Non avevo mai sentito il termine, e lo cercai. Avevo trent’anni nel 2005, quindi niente smartphone. Per intenderci significa “alzati, prendi il vocabolario e cerca”. Lessi la descrizione e sentii una sensazione spiacevole, come quando ti senti beccato senza scusanti ad affondare il cucchiaino nella nutella all’una di notte. Quel trafiletto stava parlando di me descrivendo la procrastinazione come se ci fosse scritto, in neretto al posto della parola da spiegare : ecco questo sei tu.
Oltre a ricordare che era estate, era domenica mattina e una bellissima giornata, l’impulso fu guardare l’orologio, e ricordo benissimo ore “10:57”. Non ho mai cancellato quella scena dalla testa.
Lasciai il vocabolario su primo ripiano libero, tanto per dire che non lo rimisi al suo posto. Non completai la lettura dell’articolo che era iniziata comodamente sul divano, e quel giorno, preso dal male, lo passai a rimediare a tutti i segni della mia procrastinazione intorno a me. La sera mi sentivo bene perché avevo rimosso gran parte di quei segnali.
I segni lasciati dalle abitudini, conditi dalla mia abilità nel procrastinare. Il giorno dopo, di lunedì al lavoro, ero nuovamente come domenica prima delle 10:57. Qualcosina, piccola e timidamente, era cambiato in me. Una piccola sensazione emotiva mi spingeva verso un percorso di piccoli miglioramenti. Un piccolissimo impulso si fece sempre più vivace e presente. Quel piccolo impulso divenne la spinta emotiva e che mi aiutò a rimuovere “cose”, che non posso definire sbagliate, perché non c’è nulla di sbagliato ad essere come si è, tuttavia non erano più in linea con i miei obiettivi di sentirmi meglio. Giorno dopo giorno e letture dopo letture grazie all’innata voglia di approfondire ciò che mi interessa, mi aiutai a cancellare con poco impegno, ma costante, e piccoli sforzi anche loro costanti, a cambiare in una versione di me che ritenevo più adeguata a me stesso. Il tempo, l’esperienza e letture su letture mi portano negli anni anche sulle orme di James Clear e del sul suo libro Atomic Habits.

Atomic Habits è uno di quei libri che riescono a parlare al lettore con una chiarezza disarmante, senza mai scadere nella banalità. James Clear costruisce la sua tesi partendo da un’intuizione semplice ma spesso trascurata: il cambiamento non nasce da gesti eroici, ma da micro‑azioni ripetute con costanza. È l’accumulo di piccoli miglioramenti quotidiani a generare trasformazioni profonde, proprio come gli atomi, invisibili e minuscoli, compongono strutture solide e complesse.
Il libro si muove con naturalezza tra psicologia comportamentale, neuroscienze e storie di vita reale. Lo fa con uno stile limpido espone i suoi concetti e le verità che sono quelle che si fa più fatica a vedere addosso a se, ma l fa con uno stile che fa emergere nel lettore la consapevolezza di proprie caratteristiche.
La sensazione più gradevole avvertita nella lettura è quella maniera di esporre in concetti con tiepida calma senza mai scottarti con affermazioni che possono in qualche caso generare un lieve malessere da “presa di coscienza.
Clear oltre a spiegare come funzionano le abitudini, mostra come esse plasmino l’identità e aggiungo, modifichino l’esistenza e le scelte di una persona talvolta senza che neanche ce se ne possa rendere conto. La sua idea più potente è che ogni azione ripetuta sia un voto a favore del tipo di persona che vogliamo diventare. E’ un concetto forte se ci si pensa bene. Personalmente ho sempre percepito il caciare le abitudini come un sacrificio, uno sforzo in qualcosa per ottenere qualcosa. Lui ha cambiato il io modo di percepire il cambiamento e lo sforzo per arrivarci. Cambiare non è passare dal leggere zero al leggere cinquanta libri l’anno, ma di diventare una persona che legge, magari, una pagina a giorni alterni. E qui scado nel banale, ma l’appetito viene mangiando. Questo spostamento di prospettiva rende il processo meno fragile e molto più sostenibile, perché radicato in un senso di sé che si costruisce giorno dopo giorno.
La forza del libro sta anche nella sua capacità di rendere immediatamente applicabili concetti che, nella normalità del quotidiano rischiano, e spesso con successo, di restare astratti, mostrando come l’ambiente, la percezione dello sforzo, la gratificazione immediata e la ripetizione automatica siano leve fondamentali per costruire o abbandonare un’abitudine. Ogni capitolo si collega al successivo con naturalezza, creando un percorso coerente e organica e che accompagna il lettore dalla comprensione teorica alla pratica quotidiana, senza mai perdere il filo. E’una cosa rara, leggere appassionati sia ad un modo di scrivere che alla storia raccontata.
Se si vuole trovare un limite, forse alcuni esempi possono risultare familiari a chi ha già letto molto sul tema del comportamento umano. Spezzo una lancia favore di Clear, e non me ne voglia nessuno, se affermo che molti concetti del mindset si somigliano o sono addirittura spesso la stessa aria fritta e rifritta. Credo che la bravura in questa arte, sia si proprio il fare gli esempi migliori, piuttosto che di trovare la idea più originale. E infatti, la forza di Atomic Habits non sta nell’originalità assoluta dei concetti, quanto nella loro presentazione al lettore. Clear riesce a costruire un sistema semplice ed elegante, che funziona proprio perché non pretende di rivoluzionare la vita del lettore, ma di migliorarla un piccolo passo dopo piccolo passo alla volta.
Ho trovato questa lettura edificante, mai noiosa e una piacevole novità, se non altro anche nel modo che l’autore ha di raccontare le decine di episodi che cita.
Ti auguro una buona lettura e ti ringrazio per il tuo prezioso tempo.
L.C.



Lascia un commento