Piccoli aggiustamenti, grandi cambiamenti

una piccola azione vale più di una grande intenzione” (qualcuno)

Eng ver

Se mi venisse chiesto quale sia stata una delle cose più complicate che ho dovuto imparare nella vita, risponderei senza esitazione: “preparare da solo i miei figli, 4 e 6 anni, per mandarli a scuola”. Già perché a differenza che con mia moglie, loro prendono con sospetto tutto quello che dico e se non c’è presente la fonte di verità universale, colei che si girano immediatamente a guardare per capire se il loro interlocutore dice qualcosa di oscuramente pericoloso o falso, ebbene non ho scampo. Una frase ambigua o una parola sbagliata e la mia credibilità diventa come un cubetto di ghiaccio servito in un aperitivo a Dubai. Un istante prima c’è, l’istante dopo è vapore. Se aggiungiamo che il povero sventurato (che sarei io) ha una innata capacità nello sbagliare qualunque maglietta, calzino, mutanda, canottiera, colore o anche solo tonalità e taglia prenda per le mani, beh, diciamo solo che quando il secondogenito sale sullo scuolabus io mi sento come “il Gladiatore”, di Crowe, nel suo manifesto iconico. Da quando mia moglie va al lavoro, io attendo il mattino come il pescatore attende la tempesta all’orizzonte mentre guarda impotente il mare che si gonfia. Con la sola differenza, che il pescatore può aggirare la tempesta.
Esclusa la parentesi figli, se mi venisse posta nuovamente la domanda “quale sia la cosa che ho imparato con maggior fatica”, risponderei: migliorare. Migliorare come persona e come lavoratore, questi due ambiti sono già sufficienti per aiutare a migliorare in praticamente tutto quello che si ama fare.
Migliorare è come una vocazione che nasce silenziosamente. Anche se stimolata dall’ esterno, la voglia di migliorare è molto timida, la avverti ma non si fa sentire subito a gran voce. Puoi ben udirla solo se ti predisponi bene all’ascolto. Poi, dietro una parola così carica di positività, si nascondono sforzi, costanza e una buona volontà che, se mal direzionati, rischiano di trasformarsi in fatica sterile. Perché parlo di sforzi? Perché migliorare significa lavorare su se stessi e sulle proprie abitudini. Non su quelle buone, ma su quelle dure, incollate alle pareti delle nostre routine consolidate. Sono proprio quelle, però, a farci crescere. Meglio sarebbe iniziare presto, magari a vent’anni. Almeno per quelli che come me hanno, diciamo, il metabolismo lento.

A vent’anni oltre che ad avere il “metabolismo delle scelte” un po’ allentato, nella mia testa viveva uno stupidone iperattivo che rimbalzava da una parte all’altra come un proiettile sparato dentro una scatola d’acciaio. Crescendo e confrontandomi con il mondo, ero convinto che l’importante fosse non sbagliare. Facevo di tutto per fare la cosa giusta, pensare la cosa giusta, comprare la cosa giusta. Mi cucivo addosso l’immagine dello stratega infallibile, con gli occhiali a specchio e la sicurezza di un pilota di Top Gun. A quell’età è facile sentirsi invincibili, quasi divini.

Poi sono arrivati gli anni dell’attività in proprio. Lì, ho fatto passi da gigante, mi sono confrontato con clienti, problemi, responsabilità, soldi veri, tutti i giorni. Mi ha temprato. E calmato. Tuttavia continuavo a inseguire l’idea “sbagliata”, di non “dover” sbagliare mai. E quando sei atleta, giuria e comitato di garanzia della giuria allo stesso tempo… l’errore non lo cerchi mai come si deve! Le giustificazioni morali che mi davo erano degne di un goloso a dieta davanti al tortino al cioccolato dei suoi sogni. Oggi, con più spirito autocritico, e ammetto anche più onesto con me stesso, e senza aver abbandonato i tortini al cioccolato, riconosco che non è che sbagliassi poi cosi tanto, soltanto che non mi mettevo davvero alla prova. Oltre ad avere un grandissimo immenso difetto per chi vuole sfondare l’universo, ero il “faccio tutto io che cosi è fatto bene”. Anni persi. Ne riparleremo.

Il mio mondo è cambiato quando ho incontrato “l’amante”. Lo chiamo così, ma tranquilli che non si cela nessuna birichinata dietro la parola amante. La storia è che avevo un lavoro che mi piaceva tantissimo e mi dava tante soddisfazioni. Poi un giorno vengo contattato con un’azienda che cercava un consulente sul posto con la richiesta di svolgere un lavoro in ambito di macchine robotiche. Neanche il tempo di accettare e il lavoro che stavo svolgendo come consulente mi stava già facendo innamorare. Nel giro di un anno chiudevo la partita IVA che stava compiendo 14 anni mentre mi incamminavo sulla strada per inseguire quel nuovo sogno. Un altra sfida fu accettare la posizione da dipendente. Meno libero e più povero, ma più felice.

Entrare in quell’ambiente è stato come essere catapultato in un’altra dimensione. Le sfide erano tante, e non serve elencarle. Quello che conta è ciò che ho imparato, ovvero che la bravura non è non sbagliare, bensì è saper cogliere gli errori, studiarli e non ricaderci.

A volte gli errori sono tanto insidiosi e latenti da essere letteralmente congeniti, impossibili da prevedere, e li, non puoi che puoi rimediare. Quando però lavori in contesti rapidi, capisci che per puntare all’eccellenza serve un passo ulteriore: “Prevedere“. Il talento, quello che aiuta davvero, è la capacità di analizzare il rischio, anticiparlo, eliminarlo quando possibile e mitigarlo quando non lo è. Una parte del rischio è nel cliente, nel suo contesto, nel suo ambiente. Un’altra parte è nascosta nelle pieghe del lavoro, dei processi, o dei cicli produttivi e nei piccoli dettagli che impattano però sulla sacra triade: costo – qualità – tempo.

Come migliorare un processo produttivo

Andiamo al sodo, un processo produttivo è il momento in cui l’oggetto dell’accordo di vendita prende forma: qualcuno, o in certi casi molti, mettono insieme pezzi, competenze e strumenti per generare il valore atteso dal cliente. Gli esempi possibili sono infiniti, perché ogni settore ha il suo modo di trasformare input in risultati. Ma per spiegare davvero cosa significa migliorare un processo produttivo, vale la pena “dare a Cesare quel che è di Cesare” e raccontare la storia di chi, più di tutti, ha saputo descrivere il potere del miglioramento continuo. È la storia che introduce in modo magistrale la teoria che ha cambiato il mio modo di pensare alla crescita, alla qualità e alla performance migliorandoli.

La cosiddetta “teoria dell’efficientamento, o miglioramento, dell’1%” indica l’idea che piccoli miglioramenti, anche minimi, e oggetto di costante applicazione, producano effetti rilevanti nel medio-lungo periodo grazie al loro “sommarsi”. Il principio è semplice: migliorare qualcosa dell’1% non genera un cambiamento percepibile nell’immediato, ma nel tempo porta a una crescita esponenziale delle prestazioni, delle competenze e come diretta conseguenza dei risultati. Oppure immaginiamo una catena di produzione in cui miglioriamo la performance di ogni persona di quella catena di un solo soletto 1% e di ripetere l’azione ogni settimana.

La storia di Dave Brailsford e la teoria dell’1%

Quando si parla di miglioramento, c’è una storia che merita sempre di essere raccontata, e che narra dell’uomo che ha rivoluzionato il ciclismo britannico: Dave Brailsford, .

Quando Brailsford prese in mano il Team Sky, il Regno Unito non aveva mai vinto un Tour de France. Non solo: nessuno investiva più nella squadra, considerata irrecuperabile, un pozzo senza fondo in cui ogni risorsa investita sembrava sprecata. Non mancavano gli atleti, non mancavano le biciclette o i tecnici. Mancava qualcosa di più profondo: la fiducia nel miglioramento.

Brailsford cambiò tutto portando una visione tanto semplice quanto radicale. Fece capire che ogni grande impresa — come competere in un Tour de France — può essere scomposta in una costellazione di micro‑azioni. Un Tour è fatto di tante gare; ogni gara è fatta di chilometri; ogni chilometro di pedalate; ogni pedalata di energia, postura, respiro, concentrazione. Se scomponi abbastanza, arrivi a un livello in cui puoi migliorare ogni singolo elemento, anche solo dell’1%. E se migliori ogni elemento dell’1%, la somma diventa inevitabilmente un risultato considerevole.

Così Brailsford iniziò a lavorare su tutto: dalla posizione in sella alla qualità del sonno, dalla pulizia dei cuscini alla lubrificazione della catena, dalla dieta alla tecnica di respirazione, fino alla gestione del recupero. Perfino il colore del furgone venne cambiato per individuare meglio la polvere sulle superfici e mantenere l’ambiente più pulito possibile. Nulla era troppo piccolo per essere migliorato.

Quando i nuovi, e cautamente fiduciosi, investitori gli chiesero quanto sarebbe costato portare avanti tutti quei micro‑miglioramenti, come trasportare per tutto il Tour i materassi e i cuscini personalizzati per ogni corridore, studiati per garantire un sonno migliore e quindi più energia in gara, Brailsford rispose con una domanda che divenne leggendaria: “E quanto vi costerà non vincere?”

Era questo il punto: ogni intervento, preso da solo, sembrava insignificante. Ma insieme costruivano un sistema che migliorava costantemente, giorno dopo giorno, senza miracoli, solo con metodo, disciplina e costanza.

Il risultato? Il Team Sky vinse il Tour de France. Poi lo rivinse. E poi ancora. Quella filosofia divenne un riferimento mondiale per chiunque volesse costruire eccellenza non attraverso colpi di fortuna, ma attraverso un processo consapevole, misurabile e ripetibile.

Questa storia è diventata celebre anche grazie a James Clear, che l’ha raccontata nel suo libro Atomic Habits. E’ un testo che ti consiglio di leggere, l’autore scrive molto bene e si muove con molta disinvoltura nel mondo delle abitudini che si ritiene essere talvolta leggere o ininfluenti, ma che potresti scoprire essere invece preponderanti nella direzione sbagliata.

Ed è qui che la storia si intreccia perfettamente con il senso di quanto ho scritto all’inizio. Migliorare non significa diventare infallibili. Non significa evitare gli errori. Significa costruire un sistema che:

  • osserva gli errori
  • li studia
  • li anticipa
  • li trasforma in apprendimento
  • e applica micro‑miglioramenti continui

– e mai e poi mai, aggiungo da mia esperienza personale, dare per scontato qualcosa-

È esattamente ciò che ho imparato nel mio percorso, migliorare non è non sbagliare, ma saper crescere attraverso gli errori. E la crescita, quella che consolida robuste fondamenta, non arriva con un salto, bensì arriva con mille passi, talvolta minuscoli e snervanti, ma costanti e concreti. Il miglioramento costante, disciplinato, metodico di un 1%, non è un obiettivo, è una tappa del percorso reiterativo verso l’eccellenza. È il modo in cui trasformi un processo, una squadra, o te stesso. Questo è infatti uno degli insegnamenti che spesso introduco quando spiego il metodo di lavoro WWP da me concepito, a chi intende intraprendere la scelta del miglioramento nel proprio lavoro o ambito professionale.

Caro lettore, come per Brailsford ed il Team Sky, ti auguro che questa lettura sia il primo dei tuoi tanti 1% di miglioramento che guadagnerai nella tu vita.

Grazie del tuo tempo

L.C.

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