Un po’ meno tra le stelle…

Sto pubblicando più o meno un articolo a settimana. Non è un traguardo straordinario, ma nemmeno qualcosa di cui vergognarsi. È un ritmo che mi permette di mettere online contenuti che sento miei, che considero di qualità, o almeno della qualità che riconosco come possibile per me in questo momento. Ogni tanto salto una settimana, lo so, ed è l’errore più grande per chi dovrebbe scrivere con costanza, ma capita. E forse va bene così. “Devo” mi mette ansia, e qui l’ansia non è ammessa. È da un po’ che mi ritrovo spesso a pensare a qualcosa che non capisco. Forse è l’età, forse è un modo diverso di guardare il mondo, ma ogni volta che sento parlare di qualcuno che si ammala irreversibilmente di tumore non riesco a farmene una ragione. O meglio si, la vita va cosi, non va tutto dritto, e ce ne facciamo una ragione. Ma il cancro è una eredità pesante da portarci dietro su Marte.  Dopo decenni di studi, di ricerche, di scoperte, non capisco come sia possibile che la scienza non sia ancora riuscita a curare davvero questa malattia. E ogni volta che ci penso, mi torna in mente un contrasto che mi accompagna da sempre: da un lato ci sono persone che spendono miliardi per andare ancora sulla Luna, come se servisse davvero, o per costruire stazioni spaziali e inseguire il sogno dell’universo; dall’altro ci sono ospedali che cadono a pezzi, reparti che mancano di personale, malattie che continuano a uccidere come se fossimo ancora nel secolo scorso. È troppo scontato, vero? Anche Steve Jobs non ha potuto molto, e di soldi ne aveva.
E’ l’impegno che manca.
Sono cresciuto con il mito dello spazio. Star Trek, Star Wars, le astronavi, l’idea di galoppare nella Galassia come capitano della mia nave. Quel mondo mi ha formato, mi ha fatto sognare, mi ha insegnato che la tecnologia può essere un ponte verso l’infinita utilità. E ancora oggi, tutto me, è quel mondo. Eppure, non capisco perché si fatica cosi tanto a dare le giuste priorità alle cose. Da ragazzino il pensiero che qualcuno morisse di cancro neanche lo capivo. Era tutto distante, se non mi colpiva di persona, faceva troppo poco male. Ora invece, anche se non conosco la persona, quel pensiero, almeno per un po, mi  affligge.

Oggi conviviamo con malattie che rappresentano una sofferenza enorme, per chi le vive e per chi gli è accanto. Non Le capiamo solo per i danni che arrecano, non le curiamo davvero, e soprattutto non ci impegniamo abbastanza. Mi sfugge il perché.

Perché c’è chi sogna Marte e chi non riesce a mettere a posto un reparto oncologico? Perché investiamo più in razzi che in ricerca medica. Perché trattiamo ciò che è essenziale come se fosse un dettaglio di poco conto?

Penso a un esempio banale, come la gestione dei rifiuti. È diventata un mercato, un affare, un costo che cresce di anno in anno. Eppure, dovrebbe essere un bene comune, qualcosa che riguarda tutti, come la salute. Dovrebbero esserci omini che scavano pur di trovare un bicchiere di plastica da mettere nel posto giusto per il riciclo. Costa troppo? Quanto costerà ai nostri figli? Già quelli che diciamo di amare da morire?
Il privato cerca di risparmiare, di ottimizzare, giustamente, di guadagnare. Ma ci sono lavori che non possono essere trattati così. Ci sono attività che devono essere fatte bene, senza compromessi, perché riguardano la vita ed il benessere delle persone. Quando citiamo la “finanza creativa” e diciamo che una farfalla sbatte le ali in Cina e crolla la borsa a Madrid ci sentiamo di “conoscere cose grosse”. Invece un bicchiere di plastica ammazza un delfino che, permettetemi, pesa 200.000 volte più di una farfalla, e nessuno ci fa caso.

E allora mi ritrovo in questa strana posizione: con un occhio ancora rivolto alle stelle, ai sogni di bambino, e l’altro fisso sulla terra, sulle crepe che continuiamo a ignorare. Non è sbagliato sognare lo spazio. Non è sbagliato guardare oltre. Però, quando sono tra me e me, dico solo “un po’ meno tra le stelle e un po’ più sulla terra”, a fare le persone responsabili con le cose serie. Farebbe di sicuro del bene. In fin dei conti che ci arriviamo a fare su Marte se poi non ce lo godiamo? Perché sono convinto che non ci impegniamo abbastanza? Perché sappiamo essere fantastici, e quando vogliamo e quando siamo uniti, al di là di tutto, possiamo tutto.

Save the world.

Grazie del tuo tempo

L.C.

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