Un Blog richiede lavoro?

Eng Ver.

Beh a distanza di quasi due anni me lo sono chiesto e me lo hanno chiesto. La risposta è Si.

Tuttavia serve prima spiegare una cosa importante. Avere un blog è, in qualche modo, un divertimento, ma non è una valvola di sfogo. Non è il posto dove vieni a liberarti dello stress del lavoro o dei pensieri della vita. È un luogo che richiede lucidità, intenzione, presenza. E’ più di uno spazio dove semplicemente scrivo e gli altri leggono; é tutt’altro di un contenitore dove riversare energia repressa. Per quello ci sono le palestre o le scarpe da runner. È un ambiente in cui ciò che scrivi ha un effetto, e proprio per questo è fondamentale che quell’effetto sia il più possibile vicino al giusto, al positivo, al costruttivo.

Forse, al tempo dell’antica Grecia, sarei salito su un monte a parlare a chi avesse avuto voglia di ascoltare. Oggi scrivo. Ma scrivere è solo una parte del processo: pubblicare un articolo significa attraversare molte fasi diverse, ognuna con una sua logica e un suo senso “stretto”.

Partendo da zero

Tutto inizia con una spinta emotiva che mi porta a produrre una prima bozza in modalità fiume. In azienda si definiscono “riunioni fiume” quelle che aiutano il gruppo ad eviscerare ogni aspetto di un tema per mettere in tavola tutti i rispettivi spunti di analisi. Quindi parlando di un “articolo”, con “fiume” intendo che semplicemente lascio uscire tutto quello che era li in attesa di essere portato fuori.
Così, senza controllo emotivo, ne grammaticale ne contestuale. Anche i tempi verbali sono lasciati al caso. L’argomento? Ancora più semplice, quel giorno a quell’ora, qualcosa preme per uscire ed essere raccontato. E ‘lui che sceglie quando essere scritto. L’unica vera scelta del momento è cosa usare per portarlo fuori, un dettatore, uno smartphone e una nota vocale, un testo scritto su una bozza email.
Insomma trovi una penna virtuale e scrivi qualcosa. Non importa quanto sia grezzo.

Poi arriva puntuale come le tasse, la parte a cui non puoi sfuggire, la parte in cui ti siedi davanti ad un Computer in plastica e silicio (in carne e ossa suonava male). Proseguo quindi una parte di costruzione dell’articolo, prendendo la materia grezza e la trasformandola in pensieri finiti, concreti, anche se ancora scritti male. Errori di battitura, punteggiatura e tempi verbali sbagliati sono ancora numerosi. Tuttavia il complesso inizia a somigliare ad un articolo.

Li finisce la parte divertente ed inizia la parte che richiede attenzione

Rileggo ogni pensiero e lo analizzo attentamente. Esatto, lo analizzo attentamente perché è scritto.
Per affrontare questa seconda parte, mi accosto ad una consapevolezza che nasce dall’esperienza quotidiana. Come spesso capita, si può affermare che una grande parte di esperienza la ricaviamo nel mondo del lavoro. Anche perché una grande parte del quotidiano la trascorro li, nel mondo del lavoro.

Sovente infatti mi è capitato di correre ai ripari per aver dato una strana impressione su qualcosa comunicato a qualcuno. In che modo? Le e-mail, oggi più frequentemente chiamate solo “mail”, talvolta costringono a correre ai ripari. Per cosa?
Perché qualcuno ha letto una mia e-mail, magari scritta in un momento piu fugace, o dai contenuti più convinti, e la frittata è fatta, “ne è rimasto infastidito per i toni “qualcosa nei toni infastidisce”. Quindi, ogni volta, mi sono recato dal collega a spiegare che i toni erano normali, e dopo aver riletto seduta stante il contenuto del messaggio con una lettura “espressiva” e calma, il risultato di quella azione distensiva arriva da solo : “ah beh, letta cosi in effetti ha un altro effetto…no sai mi ero infastidito per….” e cosi via.
Negli ultimi anni ho drasticamente ridotto il fenomeno delle visite calmieranti, perché imparato a rileggere molto attentamente e più volte tutto quello che scrivo e, non meno importante, immedesimandomi in chi legge. Ho capito che 99 volte su 10 il tono è nell’umore di chi legge e raramente nell’umore di chi scrive. Se una mail può essere fraintesa, immagina un articolo, sarebbe complicato bussare alla porta del lettore per spiegarmi meglio. Chi scrive ha una necessità, chi legge, subisce una necessità altrui. Avremo modo di approfondire.

Tornando al blog, la lettura e rilettura di ciò che è scritto ha il senso di costruire frasi che richiamino le giuste emozioni in chi legge. Questo fa tanto la differenza sulla riuscita di un articolo.

lo stato d’animo costruisce il primo pezzo della riuscita di una comunicazione. Sia da parte di chi scrive con un suo stato d’animo e sia da parte di chi legge, le emozioni possono costruire panorami diversi. Quindi chi scrive, se vuole riuscire, deve evitare parole e concetti fuori contesto che possono procurare fastidio per tanti diversi motivi.

Arrivati dopo la fase di lettura e rilettura continua, ad uno stato dell’articolo che piace, Proseguo con una tecnica imparata da grande per motivi di studio, e mi riferisco al leggere diverse volte ad alta voce applicando l’uso della “lettura espressiva”.
La lettura espressiva e una modalità di lettura molto enfatica che risalta la punteggiatura e produce il risultato di un racconto narrato da una voce narrante, come le sentiamo in tv o nei film. Funziona tantissimo quando si leggono racconti ai bambini.

Alla fine quando tutto è pronto e l’articolo potrebbe essere pubblicato cosi com’è ci si mette un immagine perché è l’elemento di cattura dell’attenzione. L’articolo è pronto.

Per essere letto si, ma il web la pensa diversamente.

Come per le persone inserisco una immagine che cattura l’attenzione che permette un sorvolo di fantasia sulla natura dell’articolo, anche il web vuole la sua immagine. Non avendo occhi e un’emozione tramite cui volare di fantasia con una immagine, richiede che la sua attenzione sia catturata da scritte, “i tag”. I tag costruiscono un’idea di massima: “montagna”, “fiume”, bosco”. Il signor Web se lo fa bastare per presentare il contenuto a chi fa la ricerca di qualcosa che ne abbia attinenza. Io semplifico, tuttavia anche questa parte del lavoro richiede molta attenzione. Il signor web è più attento di me a leggere di quanto lo sia io a scrivere. Le parole non vanno scelte a caso e non vanno scelte tra le parole che “insospettiscono” alcuni motori di ricerca.

Indicativamente direi che la bozza richiede circa il 5% del tempo. Almeno nel mio caso quando qualcosa in mente è lì pronto ad essere portato fuori. La prima finitura richiede circa un 60% del totale, ed è il lavoro su tutto il contenuto, che poi sarà il motivo di soddisfazione in itinere dell’articolo. Dopo, la rifinitura, tutto il resto pesa ciò che ne rimane, sempre in percentuale. Sono percentuali indicative chiaramente.

Posso affermare in estrema sintesi, e con certezza, che la parte divertente è in quel 5% di bozza. Il resto non è difficile, brutto, o fastidiosa o addirittura un lavoro, tuttavia richiede tempo e rappresenta la parte che fa fare un po’ di “fatica”. Questo appena detto è anche il motivo per cui in bozza ci si trovano molti articoli, alcuni dei quali non occuperanno mai un posto nel etere. Magari, riletti dopo qualche giorno o settimana, non mi trovano dell’umore giusto per riprenderli o per finirli. Restano li, come gli attrezzi nel capanno che aspettano di essere messi in ordine.
Ne vale la pena? Assolutamente sì. Un blog come questo vuole essere un luogo di considerazioni, di spunti, di idee che circolano. Uno spazio dove condividere esperienze, strumenti, suggerimenti pratici, ma soprattutto un ambiente in cui crescere attraverso l’informazione e la consapevolezza. Ecco perché tanta attenzione da parte mia.

Scrivere è un atto di libertà. Ogni liberta richiede responsabilità. E forse è proprio questo equilibrio a renderlo così affascinante.

Nel frattempo, a voler essere pignoli sono 4:49 del mattino e ho completato la bozza di questo articolo iniziato alle 3.

Infiniti grazie del tuo tempo.

L.C.

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