Viaggio intorno al Lavoro nei i prossimi 10 anni

Non sono un giornalista, non sono uno statista, non sono un economista. Sono, più semplicemente, una persona che ha vissuto il lavoro in molte forme. Ho vissuto mestieri e contesti lontanissimi tra loro, popolati da persone altrettanto diverse. Ho lavorato con le mani, con la testa, con la responsabilità. Ho respirato l’odore delle officine e quello degli uffici, ho visto da vicino mondi che non si parlano, che spesso non si capiscono con ruoli negli ultimi anni che invece dovevano incollare tutti gli ambiti. Proprio per questo ogni esperienza mi ha trasportato in sensazioni, insegnamenti e valori che mi hanno insegnato a guardare il lavoro con una visione più ampia.
Questa varietà e questa ampiezza di scenario, mi hanno permesso di cogliere dettagli che sfuggono il più delle volte a chi ha percorso un’unica strada. Ho imparato a riconoscere i piccoli segnali che raccontano un cambiamento, a cercare crepe leggervi dentro le opportunità e a capire come si muovono davvero le persone quando lavorano. Ho costruito traiettorie che hanno unito figure professionali e non professionali, dal dipendente dell’artigiano al dirigente che influenza un’intera filiera. È in questo intreccio che si è formata la mia visione trasversale del lavoro.
E sì, è vero, il blog è Italiano, io anche, e lavoro principalmente in Italia. E l’Italia per me è un Paese meraviglioso, pieno di talento e creatività, e che spesso si piange per la crisi mentre si rifiutano lavori da eseguire. Un Paese dove il racconto del lavoro è sempre sospeso tra nostalgia e lamento, tra orgoglio e rinuncia. Amo visceralmente l’Italia e gli italiani ma ammetto che c’è spazio di miglioramento. Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, ho visto cambiare il lavoro e le persone che lo abitano. Artigiani, piccole imprese, professionisti tutti, in un modo o nell’altro, si sono autorigenerati. Hanno dovuto, o voluto o subito e spezzato gli schemi precedenti, lasciando emergere nuove tendenze, forse più sane e forse più giuste di prima. Il lavoro di oggi non è più — o non è solo più — un luogo in cui realizzarsi. Per molti è tornato a essere ciò che forse avrebbe sempre dovuto essere: un mezzo per vivere, non il contrario.
Un tempo circolava un detto: “Non sono svelto a lavorare, perché se finisco prima me ne danno altro da fare.” Era l’espressione quasi iconica di un’epoca in cui il lavoro era scandito da parametri diversi. Oggi quel ritmo è saltato in molti ambiti. L’IA introduce una produttività non lineare, che non rispetta i tempi umani. E così, a essere in pericolo non è più la quantità di lavoro, ma la competenza offerta del lavoratore.
Le competenze tecniche si automatizzano, quelle procedurali vengono assorbite dagli strumenti, quelle mnemoniche non servono più, almeno in apparenza, quelle di base diventano una commodity. Il rischio, oggi, non è tanto “perdere il posto”, quanto perdere ciò che rende quel posto tuo, ovvero il vantaggio distintivo e la ragione stessa per cui occupi una sedia in un’organizzazione. Lo scenario sta cambiando e cambia in fretta. Come tutto ciò che cambia in fretta rischia di cambiare con una metrica scandita da scarse o male organizzate regole di inclusione. Se prima servivano tre persone per svolgere un certo tipo di attività, domani potrebbe bastarne una sola: quella che saprà usare meglio l’intelligenza artificiale, che saprà dialogare con gli strumenti, orchestrare i processi, trasformare un compito in un sistema. Non la più esperta in senso tradizionale, ma la più capace di integrare e “strizzare” la tecnologia nel proprio lavoro. Non è fantascienza. È già realtà. E chi non se ne accorge rischia di restare fermo mentre il mondo si muove.
La chiave di volta è (sempre stata) la competenza
Pensiamo a ciò che è stato inventato e riflettiamo su ciò che manca. Facciamo un ragionamento che ci colloca nella vita di tutti i giorni e ragioniamo da persone normo-reddito, con una casa, una macchina, uno o due cellulari, un PC, internet, acqua calda, riscaldamento, frigorifero, TV, friggitrice ad aria, microonde, forno, fornelli, letto, coperte, mobili, radio, acqua corrente, orologio smart e un milione di orpelli e cianfrusaglie funzionali e funzionanti in giro per la nostra vita. Tutto sta cambiando e continuerà a cambiare in maniera prepotente. Cambierà il modo di erogare i servizi e cambierà il modo di pretendere. Sta cambiando radicalmente il lavoro e la mentalità con cui le persone si approcciano al lavoro. In un contesto in cui la neonata IA sta diventando il motore di efficientamento e sta potenziando i cambiamenti, come si riversa questo ragionamento sulle competenze? L’IA, il modello attuale, sa tutto, certo non è affidabile per una diagnosi clinica, “ma lo sarà“. Sarà il nostro Jarvis che l’ingegnere userà per i calcoli strutturali; l’architetto per modelli virtuali, il mobiliere per la produzione di preventivi, ecc. E non pensiamo solo alla IA dei classici chatbot. I grandi stanno dando accesso ad API che renderanno i software e gli applicativi capaci di rispondere a esigenze specifiche con la versatilità dell’IA.
E le competenze? Viviamo in un’epoca in cui la domanda non è più “cosa può fare l’intelligenza artificiale?”, perchè se non è chiaro, l’intelligenza artificiale puo fare sempre più tutto. La domanda dovrebbe essere “cosa resta da fare a noi?”. È una domanda che si stanno ponendo professionisti, creativi, imprenditori, studenti, genitori e a cui, attenzione, i grandi industriali stanno gia trovando silenziosamente risposta. Una domanda che non nasce dalla paura, ma dalla consapevolezza che stiamo entrando in un territorio nuovo, dove le regole del gioco non sono più quelle del secolo scorso.
L’IA può generare testi, immagini, codice, strategie, analisi. Può farlo più velocemente, più precisamente, più instancabilmente. Ma c’è un campo in cui non può entrare: il significato. E nei prossimi dieci anni, ciò che ci renderà unici non sarà ciò che sappiamo fare meglio delle macchine, ma ciò che possiamo fare che le macchine non possono fare affatto.
È nel valore del significato la competenza più umana di tutte.
Le macchine producono contenuti, gli esseri umani ne producono il senso. Questa differenza, apparentemente sottile, è in realtà “il tutto”. Un modello linguistico può generare un testo perfetto, ma non può decidere perché quel testo dovrebbe esistere, per chi, in quale momento, con quale impatto emotivo o etico. Non può intuire il non detto, leggere le sfumature culturali, interpretare un contesto umano complesso, leggere nelle emozioni. Nei prossimi dieci anni, la capacità di dare significato diventerà una delle competenze più rare e richieste. Non basterà saper produrre: bisognerà saper interpretare, scegliere, orientare. E per un semplice motivo, ieri, la differenza era nella risposta ad una domanda, oggi, e domani, la differenza sarà come porre le domande meglio per ottenere dalla IA la migliore risposta. E questo concetto è alla base dell’utilizzo dell’IA. “La migliore risposta arriva a chi pone meglio la domanda“. Le macchine possono generare infinite varianti di un contenuto, ma non possono decidere come dovrebbe funzionare un sistema che altri esseri umani useranno per creare valore.
Creare valore è la chiave fondamentale.
Perche? Perche il concetto di valore per un essere umano è dato da una commistione di parametri. E’ un fenomeno di pancia, ovvero di emozione e di sensazione. Ciò che rappresenta un valore per me non lo è per te che leggi, ma sarà un valore per un milione di simili a me, o a te, e tanto basta per costruirci una struttura economica intorno. La competenza sarà il saper estrarre dalla macchina il miglior concetto utilizzabile.
Riscrivere la competenza come “superpotere”
L’IA può imitare stili, ma non può immaginare. Non vuol dire che ci si debba cullare su questo assunto. Il fatto che non possa generare un’intuizione radicalmente nuova, non vuol dire che non crei. Lo fa già e lo farà usando milioni di modelli combinati in trilioni o eoni di combinazioni valide. E i modelli aumentano in maniera esponenziale soprattutto quando generati dall’IA e validati dall’uomo. Quindi, ed è lì che insisto, la grandezza sarà il saper interpretare cosa le persone vogliono, cosa serve e come si ottiene. Il lavoro dell’IA è valido, e tecnicamente perfetto di certo, ma senza valore se non esiste una codifica tra uomo e macchina.
La codifica è compito della competenza umana.
La competenza che ad oggi si origina dalla capacità di usare conoscenza, attitudine, esperienza e intelligenza per forgiare l’abilità e autonomia nello svolgere responsabilmente un lavoro, dovrà essere riscritta e rimodellata attorno ai nuovi strumenti.
Dalla competenza, così come definita poc’anzi, si dovrà togliere per sottrazione la conoscenza “che viene offerta dall’IA“, quindi non più frutto esclusivo dei soli titoli di studio. L’esperienza sarà in ampia parte fornita da un modello che mette a disposizione milioni di combinazioni dell’esperienza altrui. Queste due caratteristiche, fuse, sono gia un potere, anzi un “Superpotere” immenso.
E attenzione, gia oggi è cosi, in tre anni l’IA è cresciuta a dismisura, il mondo la fuori corre e travolge, non attende. In fine, nell’equazione restano solo “attitudine e intelligenza”. E se pensiamo che l’intelligenza è già una forma di condimento universale — ciò che ha impedito al sapiens di non finire alla base della catena alimentare come cibo per la natura — rimane “l’attitudine“. Quest’ultima rappresenta una caratteristica troppo poco rilevante per essere tanto incisiva da forgiare nuove figure e nuove professionalità pronte a sopravvivere in un mondo del lavoro in cui il modo di lavorare è stravolto.
Ritorno alle arti

In estrema ultima sintesi un aumento delle opportunità offerte dall’IA potrebbe corrispondere a una diminuzione forzata delle competenze del lavoratore.
Probabilmente non presto, ma nemmeno troppo in un tempo lontano da oggi, il cambiamento riaprirà una riflessione su “cosa faranno le nuove generazioni?”.
Persone che imbustano i surgelati ne serviranno sempre meno. Persone che riparino un tubo, un terminale, o un buco in un mattone ne serviranno sempre. Magari un ritorno alla manualità ricondurrà ad un cambiamento. Magari questo cambiamento coinciderà con una rinascita delle arti date ad esempio dalla maestria di un artigiano che crea scarpe bellissime e comode, il falegname che realizza un mobile unico, il sarto che confeziona un capo su misura come fosse un’estensione della persona che lo indosserà. L’estetica, la bellezza, l’emozione, sono qualità che incantano chi le sa percepire quanto chi le sa donare. Vivono in una superficie liscia levigata a mano, in un colore straordinario ottenuto con pazienza, in un oggetto unico che porta con sé le stesse emozioni di chi lo ha creato. L’intelligenza artificiale non potrà mai comprendere la sensazione che trasmette un’opera d’arte. Non potrà mai sentire l’odore caldo e resinoso di un mobile appena realizzato dalle mani di un falegname. Non potrà mai provare il turbinio di emozioni che nasce dal profumo del pane fatto a mano e cotto nel forno a legna, quando la crosta si spacca e libera un vapore che sa di casa, di storia, di tradizione. Forse, in un mondo di perfezioni digitali, di contenuti dettagliati che riempiranno ogni vuoto della nostra esistenza, l’essere umano tornerà a essere ciò che è sempre stato: una fonte inesauribile di creazione del bello con la stessa forza, intelligenza e passione che ha donato al mondo il Rinascimento, il Neoclassicismo, il Bernini, Caravaggio e infiniti altri conosciuti e sconosciuti nomi. Forse l’arte del pensare, dell’immaginare, del teorizzare, torneranno a essere la più grande espressione della nostra umanità.
Grazie del tuo tempo
L.C.



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