Quando racconto di quando ero piccolo, mi riferisco sempre a quell’età in cui i ricordi iniziano davvero a fissarsi, non più come semplici immagini ma come qualcosa di più denso di frasi, toni di voce e risate. Sei, sette, forse otto anni, non saprei dirlo con precisione, ma ero lì intorno.
Ricordo che mio nonno era un tornitore specializzato. In cosa esattamente non l’ho mai approfondito. Non mi occorreva. Guardarlo lavorare con le sue macchine era sufficiente a colmare ogni vuoto lasciato dalla mia immaginazione in merito. Quello che so bene è che mio padre, quando eravamo a Roma, mi portava spesso nella sua officina, e ogni volta per me era come entrare in un regno silenzioso, profumato di acciaio, lubrificanti e acque di raffreddamento.

C’erano queste macchine enormi e quiete che lavoravano con una precisione ipnotica. Quelle macchine arricciavano trucioli metallici come una ballerina di ginnastica ritmica le spirali con i nastri. Erano perfetti anche loro, non solo l’acciaio lucido e uniforme che rimaneva dopo l’asportazione. Nonno mi ripeteva che un tornitore ha tutto quello che serve per non sbagliare, e la sua frase, la sua targa personale, era “A fare un lavoro fatto male ci vuole il triplo del tempo che a farlo bene”. Perdi tempo prima per farlo male, la seconda volta per capire l’errore, la terza per rifarlo da capo”. All’epoca ne coglievo il senso, ma solo da grande ho capito quanto fosse profondamente vera. Crescendo è diventata il mio mantra.
Quando sono cresciuto un po’, mio nonno era già in pensione, eppure continuavano a chiamarlo per lavori di ogni. I tornitori come lui erano un miraggio gia allora. Oggi un tornitore è un unicorno dalla cresta arcobaleno. . Avere un tornio, comprarmene uno, è stato il pallino di tutta la mia giovinezza, fino a quando ho avuto, tra virgolette, l’età per potermelo permettere.
Nel frattempo però, incapace di stare con le mani in mano, avevo scoperto dei siti di autocostruttori di macchine CNC, in particolare quelli dedicati ai pantografi erano divenuti la mia medicina quotidiana. Insomma me ne ero innamorato. Volendo unire l’utile al dilettevole, mi ero messo in testa l’idea di costruirmi un tornio da solo. Studiavo, cercavo di capire, progettavo nel frattempo che realizzavo obiettivi più raggiungibili quali erano i pantografi CNC. La difficoltà maggiore da affrontare però era sempre la stessa, analizzando la macchina infatti, il problema era evidente, la maggior parte dei torni ha basamenti enormi, pesantissimi, monolitici, fin troppe volte un unico pezzo di base, spesso addirittura, una fusione poi rettificata. Un complesso e non proprio ideale punto di partenza per un autocostruttore. Le dimensioni, naturalmente, sarebbero state alla portata di un utilizzo hobbistico, ma restava la domanda fondamentale, come ottenere una precisione paragonabile a quella di un tornio professionale.
Insomma, un tornio era un’idea fantastica e sensazionale, tuttavia un obiettivo raggiungibile solo con molto sforzo, denaro ed esperienza nella lavorazione dei metalli. Io non avevo l’esperienza adatta. Non ne avevo il tempo. Avevo già un armadio pieno di progetti iniziati che, ogni volta che lo aprivo, mi guardavano con occhi grandi e luccicosi intrisi della speranza di essere i prossimi a essere portati a termine. Lo spazio scarseggiava, il tempo era una risorsa che potevo dedicare cum grano salis alle passioni.
L’epoca dei pantografi CNC però mi ha divertito e soddisfatto, fu un età di obiettivi raggiunti e sicurezze guadagnate. Di quel periodo mi è rimasto un ricordo bellissimo, la mia versione studiosa ha imparato moltissimo, soprattutto ha sviluppato la capacità (che mi diverte a tutt’oggi) di unire elettronica progettata da me e meccanica autocostruita. Le possibilità applicative erano praticamente infinite, l’unico limite era la mente.
Poi ancora si cresce, il tempo si assottiglia, il lavoro diventa tiranno. Forse uno dei sogni nel cassetto, quando andrò in pensione, è proprio tornare lì, a quel mondo. Quello che so è che è assolutamente possibile costruire una macchina più precisa usando una macchina meno precisa, e che generazione dopo generazione il livello di accuratezza cresce. I primo torni sono stati forgiati da mani che si avvalevano solo di utensili manuali, la seconda generazione costruisce la terza e così via, rendendo i sistemi sempre migliori.
Il personal computer: “il motore silenzioso della rivoluzione tecnologica“

Per secoli, il progresso tecnologico ha viaggiato con un ritmo lento e costante. Dalla ruota all’agricoltura, dalla stampa alla macchina a vapore, ogni innovazione ha richiesto decenni — se non secoli — per diffondersi e trasformare la società. Decenni di tentativi, fallimenti, nuovi tentativi. Ogni tentativo marchiato dalla costosa ricostruzione di prototipi, modelli, sperimentazioni. Tutto cambia radicalmente nella seconda metà del Novecento, quando entra in scena un protagonista discreto, silenzioso, potentissimo, il computer. Per computer non intendo solo il moderno laptop, ma anche workstation, server, personal computer, company computer, insomma l’intera famiglia degli elaboratori elettronici che, ognuno a suo modo, ha contribuito allo sviluppo di questa epoca.
Il grafico che accompagna questo articolo mostra chiaramente l’accelerazione esponenziale della tecnologia negli ultimi decenni. Per oltre 1900 anni, l’indice di complessità e innovazione tecnologica cresce lentamente. Poi, tra il 1950 e il 2025, i giorni nostri, la curva si impenna. E il punto di svolta è proprio l’introduzione del computer nelle sue varie forme. Se volessi essere un po’più granulare nella definizione dovrei dire che il punto di svolta reale è l’elettronica che ha evoluto il computer in tutti i suoi passaggi evolutivi, da analogica a digitale. Merito anche questo dell’elaboratore. Detto questo e tornando ai meriti del Computer va detto che non si tratta solo di una nuova macchina. Il PC ricopre il ruolo di piattaforma universale, uno strumento che può essere programmato, adattato, personalizzato. È il primo oggetto tecnologico capace di moltiplicare le capacità cognitive dell’essere umano, rendendo accessibile l’elaborazione dati, la scrittura, la comunicazione, la progettazione, tutto in un unico dispositivo. Tra i grandi meriti che si riconosce al Computer c’è la nascita della simulazione sperimentale, ovvero passare da modelli teorici con sperimentazione pratica, che avevano caratterizzato per l’appunto i decenni di tentativi attraverso l’utilizzo di prototipi e sperimentazioni pratiche e costose, al passaggio da modelli teorici con sperimentazione simulata, ovvero la costruzione di modelli logici informatici che fornivano un gran numero di informazioni sui possibili esiti di una sperimentazione prima ancora di metter mani ai prototipi materiali. Risultato: un’infinita razionalizzazione dei costi.

Dove la curva dell’innovazione si impenna
Facendo un semplice esercizio di archeologia domestica, uso frequentemente nei miei corsi come esempio “Il nonno di mia moglie” che ho avuto la fortuna di conoscere, e che nel 1923 era già al mondo. Quando era ragazzo, e poi giovane uomo, in una casa di un paese del meridione — ma lo stesso valeva per il settentrione e per gran parte del mondo — non c’era praticamente nulla di ciò che oggi consideriamo normale. Mancava l’elettricità, quindi niente elettrodomestici, niente campanelli elettrici, niente ferro da stiro, niente aspirapolvere, niente lavatrice o asciugatrice, niente frigorifero o congelatore, niente ventilatori elettrici, stufe elettriche, boiler o scaldabagni, niente forni elettrici e spesso nemmeno cucine a gas. Non c’erano televisori, né radio nelle case di paese, né telefoni fissi, e ovviamente non esistevano computer, internet, smartphone, tablet, console di videogiochi, lettori CD o DVD, impianti stereo, casse amplificate, orologi digitali o sveglie elettriche.
E non finisce qui, perché mancava anche l’acqua corrente in casa, quindi niente bagno interno, niente doccia, niente WC con scarico, niente rubinetti o lavandini come li intendiamo oggi, niente riscaldamento domestico se non camini o bracieri, niente acqua calda sanitaria e niente fognature collegate. Mancavano i detergenti industriali, i detersivi moderni, le spugne sintetiche, i sacchetti per la spazzatura, la plastica in generale, i contenitori ermetici, le scope elettriche, le lavastoviglie, i frullatori, i mixer, i robot da cucina, i microonde, le macchine del caffè elettriche, i tostapane, i bollitori elettrici, le pentole antiaderenti, i forni moderni, i phon, i rasoi elettrici, gli spazzolini da denti moderni, il dentifricio industriale, lo shampoo come lo intendiamo oggi, i tessuti sintetici e l’abbigliamento industriale a basso costo.
Un elenco lunghissimo, eppure incompleto. Ma basta questo per capire la portata del cambiamento. Quando quest’uomo è venuto a mancare, alla splendida età di novantacinque anni, tutto ciò esisteva già. Quest’uomo è passato in novantacinque anni, e credo di poter affermare con assoluta certezza negli ultimi 65 anni, “dal nulla al tutto“. L’unica grande assente era forse l’intelligenza artificiale come la intendiamo oggi, era il 2018. E la cosa impressionante è che almeno il settanta per cento di tutto ciò che è arrivato nel corso della sua vita è stato creato, progettato, ottimizzato o reso possibile grazie all’utilizzo del computer.
Diffusione della cultura, e cultura della diffusione
Non è solo la vita privata delle persone a cambiare, bensì il lavoro stesso. Con il personal computer, l’ufficio smette di essere un luogo pieno di schedari, macchine da scrivere, calcolatrici e telefoni. Tutto si concentra in un’unica interfaccia. La produttività individuale cresce, certo, ma soprattutto si libera la creatività operativa, perché chiunque può scrivere un libro, progettare un edificio, analizzare dati, creare musica, gestire un’azienda. Il PC diventa un amplificatore di competenze, un ponte tra l’intelligenza e la creatività umana.
Quando arriva internet, il suo potere si moltiplica. Il computer non è più solo uno strumento personale, ma una finestra sul mondo, una rete di connessioni, un acceleratore globale di conoscenza. Internet diventa il diffusore di informazioni, dati, cultura. E’ vero, anche di disinformazione, ma questo è un altro aspetto. L’elaboratore elettronico, inteso come sistema di calcolo programmabile, diventa il cuore pulsante di questa rivoluzione. Dai mainframe degli anni 60 ai laptop ultraleggeri di oggi, ogni evoluzione del computer porta con sé un salto qualitativo nella capacità di innovare.
Il grafico che accompagna questo articolo lo mostra chiaramente, perché dopo il 1950 ogni decennio porta un raddoppio della complessità tecnologica. Non solo per la potenza di calcolo, ma per l’effetto moltiplicatore che il computer esercita su ogni altro settore, dalla medicina all’ingegneria, dall’arte all’educazione, dalla logistica alla finanza. E così arriviamo al 2025, immersi in un ecosistema digitale in cui il computer non è più solo una macchina, bensì si trasforma in un compagno cognitivo. L’intelligenza artificiale, l’automazione, la realtà aumentata e la robotica sono tutte figlie di quella prima scintilla che il personal computer che ha reso accessibile, flessibile, personale grazie all’elaborazione. La crescita tecnologica non è più lineare, è esponenziale, interconnessa, accelerata da se stessa. E tutto è iniziato con un oggetto che oggi diamo per scontato, ma che ha cambiato per sempre il modo in cui pensiamo, lavoriamo e viviamo.
Ti ringrazio del tuo tempo.
L.C.



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