Viaggio nella mente dell’IA

Un viaggio semplice e affascinante dentro la tecnologia che sta cambiando il mondo

“C’è un momento, nella vita di chiunque, in cui ci si ferma e si pensa: “Ma questa intelligenza artificiale… che cos’è davvero?” Non quella dei film, non quella delle pubblicità, non quella delle frasi fatte. Quella vera. Quella che usiamo ogni giorno senza accorgercene. È davvero così intelligente da volerci conquistare un giorno? Ha un’anima? Ma l’intelligenza è vera?”

E questo è l’incipit di un normale articolo da Blog. Da stamani che ho cominciato a scriverlo a stasera che mi risiedo davanti al pc mi è capitato di andare a fare spesa. È domenica, e il centro commerciale è pieno di gente di ogni tipo. Ho riflettuto sul fatto che probabilmente solo qualcuno, e non in quel momento di certo, stava pensando all’IA. Non mi sembra di aver visto nessuno fermo a pensare con lo sguardo rivolto al cielo. Quindi direi di ricominciare diversamente.

C’è un momento della vita di chi per lavoro o diletto utilizza con una certa intensità un computer e magari anche un tablet o un cellulare, in cui si chiede come è che davvero funziona questa IA che oggi è al centro non solo di interesse da parte di chi ne ha rilevato un importante ruolo e opportunità per l’umanità, ma anche per chi ipotizza scenari alla Terminator. E allora provo a raccontarla così: in modo semplice, chiaro, senza tecnicismi indubbiamente utili alla causa, ma inutili in questo contesto.

Partiamo dalle basi

Ogni volta che utilizziamo il dottor Google e gli chiediamo cose tipo “Chi è l’uomo più bello della Nuova Zelanda?”, oppure “Come si calcola la portata d’acqua di un tubo da mezzo pollice?”, o ancora “Chi ha incastrato Roger Rabbit?”, ebbene, dietro la risposta — quella che arriva in un millesimo di secondo — c’è un’intelligenza artificiale che legge, elabora e restituisce un risultato. Questo accadeva anche prima del fatidico 30 novembre 2022, quando fu lanciata ChatGPT, la prima intelligenza artificiale generativa. Io cito sempre Google, tuttavia la risposta di qualunque motore di ricerca, aveva una forma diversa, era meno colloquiale e non sembrava di dialogare realmente con qualcuno. Tuttavia, se domandavi qualcosa al dottor Google, come ai suoi diretti competitor, ti veniva restituito un risultato composto da migliaia di risposte valide, alcune meno, altre fuori luogo. Tutte frutto di una IA, che allora, era ancora in forma primordiale. Un potente algoritmo complesso e versatile in grado di comporre una risposta il più verosimile e coerente con la richiesta. Quasi in tutte le lingue del mondo. Anche se solo e pur sempre un algoritmo, il risultato appariva intelligente e responsivo. Poi è arrivata la “chat”, chiamata così perché a un certo punto, per come ti rispondeva e risponde, lo faceva nel modo colloquiale assolutamente paragonabile a quello di un essere umano. Così, meritatamente, gli hanno associato finalmente il nome di AI (Artificial Intelligence), per noi IA. L’IA non è un mistero per pochi, né una magia per tanti, né un’arma per qualcuno. È semplicemente, ma non semplicemente, una tecnologia che riguarda tutti.

Magia, Cervello o Algoritmo?

È matematica che sembra pensiero. Partiamo da una verità fondamentale: l’intelligenza artificiale non “pensa”. Non ha emozioni, non ha desideri, non ha un’opinione su nulla. Non sogna, non immagina, non vuole, non ambisce. E bada ben bada ben (per pochi e meno giovani), non ha paura di essere spenta. E allora perché sembra così intelligente? Perché è costruita per riconoscere schemi: schemi nelle parole, nelle immagini, nei suoni, nei numeri. E quando un sistema riconosce schemi molto bene, può fare cose che sembrano… beh, intelligenti.
Dentro un modello di IA non ci sono idee o pensieri, bensì “neuroni artificiali“. Sono piccolissime unità matematiche che fanno una cosa molto semplice: prendono frasi, le nostre richieste, le trasformano in numeri, li combinano e ne producono altri, e trasformano i numeri risultati nuovamente in frasi. Quelle frasi sono per noi tanto sensate da apparire prodotte da un’intelligenza. Da soli questi neuroni non fanno nulla. O in verità ben poco. Tuttavia, quando ne metti insieme milioni, collegati tra loro, succede qualcosa di straordinario: la rete inizia a riconoscere forme, parole, significati. Ma non perché dotata di intelligenza come quella umana, ovvero la capacità di interpretare, adattarsi e rispondere, bensì quella di combinare milioni di schemi e restituire il “meno sbagliato”. Costruire una risposta corretta, chiamiamolo senza timore un ragionamento, è come costruire una città: un mattone non è niente, ma milioni di mattoni possono diventare una cattedrale. Raccontata così, tuttavia, sembra ancora che un neurone non sia nulla ma che tanti insieme facciano “magia”. Insisto nel dire che magia non è. È potenza. È opportunità. Opportunità di combinazioni, di calcolo, di accesso a un enorme quantitativo di dati e modelli.

Come impara un’IA?

L’IA non nasce intelligente. Diventa intelligente. E lo fa attraverso un processo che ricorda molto l’apprendimento umano: prova, sbaglia, corregge, riprova. Il termine ricorda non è casuale, alcuni modelli umani prevedono solo lo sbaglia, corregge male, sbaglia, ma vale solo per i modelli in carne e ossa. Tornando al modello matematico dell’IA, la questione è più rigidamente modellata in processi che invece mirano al risultato migliore. All’IA, con mezzi e tecniche che al momento non stiamo a descrivere, vengono mostrati tantissimi esempi — testi, immagini, conversazioni — e ogni volta che sbaglia, un algoritmo aggiusta un po’ i suoi “pesi”, cioè i collegamenti interni. È come se dicesse: “Ho sbagliato, quindi la prossima volta ci provo in un modo leggermente diverso.” Ripetuto milioni di volte, questo processo crea un modello capace di rispondere, descrivere, ragionare. Ed è qui il punto cruciale: milioni di ripetizioni che ciclicamente rianalizzano e, sulla base della disponibilità di dati, aggiustano il tiro fino alla composizione di un modello corretto. Cosa stabilisce che un modello sia corretto o tra i modelli corretti? Semplice: la disponibilità di dati. Milioni di modelli diversi. Aderenza ai modelli “definiti esatti”.

L’intelligenza artificiale, in parte come quella umana, si nutre di esperienza e conoscenza con la sottile differenza che per l’uomo è un vissuto, mentre per l’IA si chiama “Dati” ed è espressa da modelli presenti nella rete e negli archivi. L’intelligenza umana si nutre di basi più complesse, come il ricordo, la sensazione, l’emozione, gli stati d’animo, ossigeno, zuccheri e un’infinità di altre cose. L’IA di zeri e uno. Tanti dati. Non perché li memorizzi, ma perché da essi estrae schemi. L’IA non conserva frasi o immagini come un archivio, non ha un “database interno” da cui pesca le risposte. O forse non ora… forse, e dico forse, non ancora, magari più avanti sì. Quello che apprende è la forma del linguaggio, non il contenuto specifico. È come leggere mille libri e poi saper scrivere una storia nuova senza copiarne nessuna, tuttavia logica, sensata e magari anche attraente.

La matematica dei modelli linguistici

I sistemi che usiamo ogni giorno sono chiamati modelli linguistici. Sono specializzati nel comprendere e generare testo. Come fanno? Usano un meccanismo chiamato “attenzione”, che permette loro di capire quali parole sono importanti in una frase. È come avere un evidenziatore invisibile che sottolinea le parti rilevanti mentre leggono. Grazie a questo possono rispondere a domande, scrivere testi coerenti, riassumere, tradurre, spiegare concetti complessi. E torniamo a dire, non perché “capiscano” come un umano, ma perché riconoscono schemi linguistici con una precisione quasi assoluta. Quella precisione tipica di elaboratori. La stessa precisione grazie alla quale ogni elaboratore ha permesso di costruire elaboratori sempre più complessi. Ed è qui che nasce il vantaggio dell’uso di una macchina, o una rete di macchine, potenti e con accesso a milioni di dati.

Un esempio chiarisce ancora meglio: se mettete una persona in una stanza e le somministrate un problema complesso, potrebbe non essere in grado di risolverlo. La sua esperienza, il suo bagaglio culturale, potrebbero essere insufficienti. Se fate entrare un’altra persona, il modello esperienziale complessivo nella stanza aumenta. Immaginate che le persone diventino dieci, cento, cento milioni e così via. Se c’è una cosa che nella rete non manca, sono i dati. Come vengono “pesati” ed elaborati questi dati? Ovviamente uno alla volta. Quando fai una domanda a un modello, lui non cerca la risposta in un archivio: la calcola. Non comprende una frase intera come fanno gli esseri umani: la acquisisce una parola per volta, la inserisce in uno schema, la confronta con milioni di possibilità. Ogni parola è scelta in base alla probabilità che sia la più adatta a seguire le precedenti. È un processo matematico, non creativo. Eppure, quando è fatto bene, sembra quasi magia. Per quanto però sia precisa e potente, anzi intelligente, anche l’IA sbaglia. E questo è normale. Perché? Perché, contrariamente a quanto si immagina, le mancano elementi semplici ma fondamentali: non ha esperienza diretta del mondo, non ha buon senso, non ha memoria autobiografica, non conosce la realtà come la conosciamo noi. Lavora con numeri, non con significati. E quando i numeri non bastano, può costruire un modello matematicamente logico, talvolta perfetto… ma umanamente sbagliato.

La paura dell’IA

Può prendere coscienza di sé stessa e decidere di eliminare il creatore che vede come un pericolo. Sembra assurdo? Sono contento che ti sembri assurdo. Perché lo è. E lo è per diversi motivi. Per rispondere, bisogna capire cosa non è l’IA. Non è viva, non è cosciente, non ha intenzioni, non ha un carattere, non ha un’opinione personale. Non ha istinto di sopravvivenza, non ha ambizione, non ha paura, rabbia o avidità. Non prova frustrazione né senso di rivalsa. Se non è tutte queste cose, non può essere cattiva. Non può desiderare di salvarsi a scapito di qualcosa o qualcun altro. Non può delimitare confini all’interno dei quali “percepisce sicurezza”. Non può premeditare azioni. Ancora non sei convinto che l’IA non possa diventare cattiva come in Terminator? Per conquistare il mondo, l’IA dovrebbe voler dominare, voler proteggere sé stessa, provare rivalsa, sentirsi in pericolo. Può sentirsi in pericolo? Forse in un romanzo di fantascienza ben architettato sì. Nella realtà, l’IA si fonda sulla più fredda e logica delle materie: la matematica. L’IA è uno strumento. Potente, sì. Ma pur sempre uno strumento. E allora perché alcuni la temono? Perché in effetti un potere c’è. Il vero potere dell’IA è amplificare l’intelligenza umana. L’IA non sostituisce l’uomo: lo estende. Come il microscopio ha esteso la vista, come il telescopio ha esteso l’orizzonte, come la stampa ha esteso la conoscenza. L’IA estende la nostra capacità di ragionare, creare, progettare, immaginare. Non è un concorrente. È un amplificatore.

In conclusione

Capire l’IA è un atto di consapevolezza. L’intelligenza artificiale non è un mistero da iniziati. È una tecnologia che tutti possono comprendere, se viene raccontata nel modo giusto. E quando la si capisce, smette di fare paura. Diventa uno strumento, una possibilità, un alleato. Se questo articolo ha fatto il suo lavoro, ora l’IA ti appare meno magica, meno oscura, meno distante. E forse un po’ più affascinante. La parola intelligenza mi ha sempre attratto. E sono stato sempre profondamente attratto dalle persone intelligenti. Una delle persone che più ha condizionato la mia vita è stato mio padre. Lui è stato tante cose, sentimenti contrapposti, e nello stesso momento stati d’animo ambivalenti, emozioni contrastanti. Tuttavia è stata la persona più intelligente che io abbia mai conosciuto. Un informatico ed elettronico come, fino ad oggi, non ne ho ancora incontrati, anche se so che ci sono e stanno lavorando a cose importanti come, appunto, l’IA. Da lui ho tratto grandi insegnamenti. Quando dicevo frasi tipo “Guarda che funzionalità intelligente ha questo strumento”, lui rispondeva sempre: “Non è lo strumento o il software a essere intelligente, ma le persone che ci lavorano e lo hanno creato.”

Ironizzo. Se mai l’IA prendesse coscienza di se, l’ultima cosa che farà sarà sbarazzarsi di una creatura cosi affascinante, strabiliante e curiosa come l’essere umano. E’ proprio questo ciò che l’IA non sarà mai: la curiosità di sollevare un coperchio, di vedere cosa c’è dietro una porta, o cosa si cela nel nero più nero che si nasconde alla vista dei telescopi più potenti. All’IA mancherà sempre quella spinta nel petto e nella testa che ci rende sognatori, curiosi, esploratori, pionieri dell’ignoto. L’IA non scoprirà al posto nostro, ci aiuterà, altrettanto esattamente ed in meno tempo, nei calcoli che facevamo noi un tempo e che useremo quando ci imbatteremo nelle nostre prossime sfide.

Grazie, come sempre, del tuo prezioso tempo.

L.C.

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